Il tempo è un bastardo o semplicemente di qualità scadente?

Si è parlato molto del romanzo di Jennifer Egan “Il tempo è un bastardo” edito in Italia da Minimun Fax. Se non lo avete letto, vi basti sapere che il libro si snocciola su una serie di racconti in cui la linea temporale è totalmente stravolta. La scrittrice, vincitrice del Pulitzer (che poi è il romanzo a vincere un premio o il suo autore?) ha dichiarato in più di un’intervista che l’ispirazione per scrivere questo fortunato romanzo, viene (pensate un po’) dalla lettura integrale della Recherce di Marcel Proust, che si sa, sul tempo perduto ne ha scritte di pagine.

Approfondendo il discorso pare però evidente come il testo di riferimento sia un altro. Un altro tempo, un’altra consistenza: i fazzoletti tempo.

Forse per pudore accademico la Egan non menziona questo scritto nel suo canone personale ma a ben leggere gli spunti di riflessione sono diversi.

Innanzi tutto dovendo parlare della copertina, c’è un chiaro richiamo alla dimensione sentimentale portata avanti nel periodo Blu di Picasso. Poi il titolo, una folgore bianca, che spalanca gli abissi dell’oceano. Ci risucchia in un vortice dove il Tempo appunto è puro gioco di sensazioni, emozioni prèt à porter. Una tasca piena di fogli bianchi, è quella che Tempo ci suggerisce, ma ci dice anche di riempirla di vissuto, un andirivieni nella memoria scandita da lacrime, sperma, batteri. Tra le pagine incredibili di questo testo, ritroviamo la narrazione non lineare della Egan, ma ne scopriamo una dimensione nuova che va a indagare l’origine du monde, la sacralità delle ere geologiche, il loro divenire microscopico.

Sul sito dell’editore si legge:

Affidabile anche nell’uso più “impegnativo”, è indispensabile in tutte le occasioni e per ogni necessità. In Italia è un “classico” da oltre 50 anni e ha segnato il passaggio dal fazzoletto di stoffa a quello in carta.

 Dunque Tempo non si sottrae alla sfida che la letteratura propone, anzi, si mette in diretto confronto con coloro che da 50 anni, appunto, dettano le regole del dibattito culturale in Italia. Ci si riferisce naturalmente a Moravia e compagnia bella. Il riferimento a Dostoevskij è banalissimo, la differenza però rimane la stessa. Se in questo, le contraddizioni evidenti sono tra i personaggi, per Tempo, allacciandosi al “metodo proustiano” (passatemi l’espressione) sono in divenire, diacroniche.

Dove allora questo testo perde di consistenza? Proprio lì  dove Marcel Proust era riuscito a farci stare: dalla parte di Swann, la stessa parte che la Egan ci suggerisce di prendere, quella di Lincoln Blake.

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Il mondo tra realtà e interpretazione: da Huxley al Codice Captcha

Qualche mese fa, Einaudi ha dato alle stampe un singolare atlante, La letteratura americana dal 900 a oggi, che si prefigge di catalogare il patrimonio letterario più incisivo del nuovo continente. Manca però di una voce in particolare, assolutamente non trascurabile. Si tratta del più volte bistrattato e demonizzato Codice Captcha. Un testo che io stessa, ahimè, ho scoperto in tarda età. Mentre trascorrevo l’adolescenza a immaginarmi bukowskianamente ubriaca sul ciglio di una strada, c’era qualcuno che nel silenzio faceva la storia della letteratura. Il testo è balzato più volte agli onori della cronaca, senza però sviluppare dibattito alcuno, per incomprensione temo. Andrei Broter, a cui per convenzione si attribuisce la paternità del codice, credo che non intuisse la vera portata di questa creazione; possiamo scomodare un autore molto più vecchio, molto più morto, per decifrare il cambiamento in atto. Parlo naturalmente dello scrittore britannico Aldous Huxley che con il suo romanzo più famoso, Il mondo nuovo, si può tranquillamente indicare come precursore della letteratura cui il codice fa riferimento. Se vi manca un’interpretazione sul futuro anteriore realizzato dal romanzo, ecco che Houellebecq corre in aiuto, e lo fa attraverso uno dei protagonisti delle Particelle Elementari, Bruno:

l’universo di Huxley viene descritto come una specie di incubo totalitario, e che si tenta di far passare il mondo nuovo per una violenta presa di posizione contro questo genere di regimi; ma è ipocrisia bella e buona.  […] per noi il mondo nuovo è un paradiso, è esattamente il mondo che ci sforziamo, sin qui invano di raggiungere. […] E, primo tra tutti gli scrittori, ivi compresi quelli di fantascienza, capì che dopo la fisica sarebbe stata la biologia a fare da principio motore.

Il CAPTCHA corregge però il tiro, vediamo come. L’acronimo innanzi tutto deriva dall’inglese:

Completely automated public Turing test to tell computers and humans apart

Test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani

La prima implicazione che si percepisce è che la biologia, motore immaginato del mondo, è sostituita da un’intelligenza artificiale. L’uomo passa totalmente in secondo piano.  L’automatismo cui fa riferimento, ci pone poi una serie di domande, prima tra tutte è quanto di cosciente ci sia nel test che rifiuta l’accesso umano. Il codice che vive una vita propria attraverso un semplice algoritmo di randomizzazione, è capace di inchiodarci davanti al monitor come pochi altri testi scopriamo possano fare. È interessante poi, l’idea già ampliamente esplorata dai critici strutturalisti che al fine della comprensione del testo, sebbene questo sia indipendente e completamente sganciato dall’umanesimo letterario per come lo conosciamo oggi, è necessario lo sguardo umano: molle, fluido, lisergico (in questo ritroviamo non solo Huxley, ma molta della letteratura Beat).

Il controllo necessita di individui controllati, ovviamente. Il potere che si dà all’uomo nero è semplicemente proporzionale alla paura che proviamo. Dunque di questa contraddizione si nutre il Captcha, la necessità e inutilità al contempo del sistema di percezione umano. Problematica affrontata più volte dalla fantascienza e alla quale oggi, forse si dovrebbe rispondere come avrebbe fatto Theodore Sturgeon in Nascita del Superuomo:

Vide se stesso come un atomo e il suo gestalt come una molecola. Vide queste altre come una cellula tra cellule e vide, con gioia, l’intero disegno di cosa l’umanità sarebbe diventata.[1]

 Il futuro che ci attende manca di visioni onniscienti, ma la letteratura in tal senso rimane un codice che necessita solo di essere decifrato e, come riporta in calce lo stesso testo, può aiutarci a comprendere meglio quello che è il passato.


[1] Per la scoperta ringrazio Luca Colafrancesco

 

Torecan (tietilperazina maleato): un Ulisse post-moderno nella vertigine delle parole

 In questo mare di controindicazioni capiamo subito che la Tietilprazina risponde a una precisa estetica, che è sia idea che guida alla buona pratica della lettura. Si fa sostanza e forma nel suo manifesto sentimentale tutto fuorché omeopatico, per certi versi ricorda la polemica dell’antispasmina colica, ma raccoglie la sfida da un altro punto di vista: quello formale. Il testo ci pone sin da subito davanti a un’avvertenza, non sarà una passeggiata di salute, non sarà facile, il lettore dovrà confrontarsi con i suoi demoni:

Stati comatosi e gravi stati di depressione, turbe della emopoiesi, affezioni epatiche.

Ma cosa ci sta dicendo l’autore veramente? Marcel Proust lo avrebbe interpretato come una lotta all’ultimo sangue con la memoria, un resistere alla vertigine del tempo passato, una negazione dell’abisso temporale in cui la nostra stessa mente annega. Winfried Sebald, autore meno noto di Vertigini (Adelphi) come una fuga a vuoto, un fraseggio dell’incompiuto che si traduce in spaesamento, confusione. Infatti leggiamo ancora:

Torpore, stati confusionali seguiti da casi più gravi da coma e perdita di riflessi.

La questione che ci pone l’autore Novartis è semplice, se pure complicata appare una risoluzione e segue le fil rouge della polemica europea sulla sperimentazione. La letteratura, distesa liquida, dove il lettore non è più l’Ulisse di Omero, forte e tenace, ma soffre il mal di mare, la vertigine dei simboli a cui è sottoposto.Lo scrittore è qui guida e astante, indica il cammino ma lo percorre per la prima volta con il lettore e sceglie la strada meno battuta, quella anale della supposta, con lo stesso spirito dei celebri versi di Robert Frost:

Divergevano due strade in un bosco

Ingiallito, e spiacente di non poterle fare

Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai

Una di esse finchè potevo scrutando

Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Il rosso è poesia. Tra avanguardie e surrealismo un nuovo mecenatismo italiano.

La selezione proposta dai Conti Zecca si porta dietro un po’ di quel mecenatismo che fece dell’Italia spezzettata un paese di poeti, pittori e artisti di qualsiasi tipo.

Viene da chiedersi come parole quali GLOCAL,  abominio del parlare moderno si collochino nel panorama letterario italiano e più in generale europeo. Di certo se c’è una provincia di cui narrare Donna Marzia lo fa tutto a suo modo, indicandonde en passant la provenienza geografica e non facendone manifesto generazionale. Si tratta di un’opera collettiva, con nessun riferimento alla corrente strutturalista ma anzi, che cerca una verità universale nei colori primari delle parole. L’elementarità e il surrealismo manifesto ricordano da vicino un poeta a me caro, Tristan Tzara, che in morte di Apollinaire descrive in questa maniera gli alberi:

And the trees hung there in a wreath

Sì si tratta di una corona ma non di vite, ciò nonostante il Negramaro recupera questa tradizione e la reinventa usando tropi metafisici:

Rosso rubino intenso con gradevoli riflessi di granata.

Ed è proprio una deflagrazione quella che avviene nel testo, le parole si inseguono in un continuo rimando a loro stesse, la completa autoreferenzialità del testo non deve però ingannare. È  ben chiaro il lavoro sotteso dell’autore (degli autori per meglio dire), che all’interno dell’imbuto antigravitazionale della poesia d’avanguardia, chiamano in causa il sommo poeta Baudelaire e ne continuano la tradizione a dispetto delle logiche contemporanee di mercato:

È morta la mia donna: sono libero!
Posso bere, sicchè, quanto mi pare.
Se rincasavo privo di danaro
gli urli suoi mi squassavano le fibre.

Mi sento come un re, sono beato.
L’aria è purissima, il cielo una festa.
Era proprio un’estate come questa
quando di lei mi sono innamorato.

Da Les fleurs du mal – Charles Baudelaire

Se il progetto raccoglierà consensi è presto dirlo, di certo è una corrente da non sottovalutare, una brezza fresca nella poesia italiana che, ad oggi, sembra fermarsi a Milo de Angelis. Starà a loro mostrarci la via, e a noi la sensibilità di coglierla, di berla.