Il paradiso deserto della L-dopa

Il mio paradiso è deserto, l’epopea della L-Dopa, nata dalla penna di Teresa Ciabatti, è un libro contemporaneo alla patologia che descrive.

Il primo psichiatra l’aveva definita intelligente, sensibile, ma instabile, una personalità borderline. Il secondo, da cui era stata trascinata a forza dopo aver legato al termosifone il nipote Lourdes, l’aveva bollata come bipolare. Il terzo, invece, a seguito di una visita accurata («Ti capita di sentire voci o di vedere cose che poi si rivelano non esserci?», «Hai pensieri suicidi?», «Fantastichi mai di uccidere qualcuno?»), aveva concluso che fosse affetta da schizofrenia paranoica latente.
Nessuno di questi medici però, né i farmaci che le erano stati prescritti, avevano trovato rimedio alla sua grande, incontenibile, rabbia.

È raro che un testo letterario incontri così perfettamente l’orizzonte esplorativo di un farmaco il cui potere innovativo è ancora sottovalutato: 
la letteratura di riferimento, anticipavo, è l’L-DOPA (Carbidopa Levodopa Teva 20/200 Mg); il romanzo è Il mio paradiso è deserto, edito da Rizzoli. 
La protagonista della storia è Marta, che si sente vecchia, che non esce, che è intrappolata in un corpo di cento chili che non risponde ai suoi desideri.

Quello che probabilmente è stato sottovalutato da parte dei medici riguardo la condizione fisica della protagonista è un abbassamento dei livelli di dopamina nel cervello.  In particolare, un calo di tale sostanza nel mesencefalo è causato da un blocco dei ricettori che impediscono al piacere prodotto dagli stimoli di raggiungere il Nucleus Accumbens o, insomma, per farla breve, l’area del cervello responsabile della gratificazione.

Teresa Ciabatti intuisce questo perfetto tramite tra interpretazione del reale e la vita della protagonista, e ci restituisce un affresco vivo, pulsante degli scompensi nel sistema limbico. La lingua dall’incalzare deciso è una spirale attorno cui i giorni della protagonista si avvolgono, in salti, dimenticanze, giorni identici in anni diversi, proprio come i malati trattati con la sintesi della dopamina.

La levodopa è utilizzata principalmente nella cura, o contenimento per meglio dire, delle patologie legate all’Alzheimer e Parkinson; ma, è stato dimostrato che un blocco dei ricettori D1 E D2 può avere un contenimento delle patologie legate ai disturbi alimentari e alla depressione.

E, ancora:

L’andamento ingravescente della malattia di Parkinson richiede periodiche valutazioni cliniche. Può rendersi necessario un successivo aggiustamento del dosaggio di Carbidopa/Levodopa Teva Pharma Italia 50/200 mg compresse a rilascio prolungato.

Il limite di questo farmaco è quello di sottovalutare l’ambiente circostante e focalizzarsi su un’autoreferenzialità che invece non troviamo nel romanzo: la famiglia di Marta, il potente Attilio Bonifazi, la mamma, il fratello per cui il successo è a portata di mano, sono un insieme aperto al mondo e chiuso alla parola che muore in bocca.

Teresa Ciabatti non cade nell’inganno, non si affida alla stessa retorica dell’L-DOPA, al suo moralismo, ma ci mostra la carne nuda, cruda, lo specchio esatto di una mente che non collabora col corpo in uno slancio asfissiante di vitalità che contiene sempre il suo contrario. 
I cento chili sono come cento passi da fare per ritornare in sé, come la strada verso la liposuzione, promessa di una felicità che è al di qua della vita; cento chili come i fallimenti non solo di Marta, della sua incomunicabilità, ma della sua famiglia che fallisce nel comprenderla e nel comprendersi.

Viene da chiedersi se, quando, la sintesi della dopamina (L-dopa) verrà utilizzata nella cura di questo tipo di patologie. Il rischio, reale, è il privarsi di quell’umano, troppo umano, che ha spinto Teresa Ciabatti verso la generosità di questo gesto: il suo romanzo, il suo paradiso.

photo credit: See-ming Lee 李思明 SML via photopin cc

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