Benzodiazepine sentimentali

Tra i testi strenna che vanno tanto di moda sicuramente non possiamo trascurare il foglio illustrativo dello Xanax – compresse a rilascio prolungato.

Bene, Xanax 0.50 mg rimane il testo più letto durante le vacanze natalizie. Io stessa ne ho ripreso in mano la lettura parallelamente a un altro grande pilastro della modernità: “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert.

L’educazione sentimentale racconta le vicissitudini di Frédéric, giovane studente che si innamora di Madame Arnoux, ma c’è molto di più in questo libro. Flaubert infatti, stravolgendo la concezione – che vigeva all’epoca, del romanzo, racconta la fine delle illusioni di un’epoca a favore di un realismo privo di speranze. Questa stessa matrice si può ritrovare nel bugiardino dello xanax che recita:

 I pazienti anziani possono essere più sensibili agli effetti delle benzodiazepine. In questi pazienti si osservano concentrazioni plasmatiche di alprazolam più elevate rispetto alla popolazione più giovane che assume le stesse dosi di farmaco; ciò è da attribuire alla ridotta clearance del farmaco.

L’autore parla di quella nostalgia che affligge l’uomo anziano, non sapendo decifrare i codici della modernità tutto ciò che è reale potrebbe essergli letale.

Anche Flaubert ci dice cosa pensa della realtà nella prima parte del romanzo, una frase estrapolata che vale per tutte:

 Ma cosa vuol dire realtà? Qualcuno vede nero, altri blu, i più vedono idiota

Flaubert apprezzerebbe l’umorismo disincantato dello xanax:

Determinati eventi avversi, alcuni dei quali possono mettere in pericolo la vita del paziente, sono una diretta conseguenza della dipendenza fisica da alprazolam. Questi includono un insieme di sintomi da sospensione, il più significativo dei quali è l’accesso epilettico.

Gli stessi eventi avversi e sentimenti contrastanti, forse, azzardo, che portano lontano Frédéric da Madame Arnoux.

Leggiamo ancora dal bugiardino:

manifestazioni da sovradosaggio di alprazolam includono sonnolenza, disartria, alterato coordinamento, coma e depressione respiratoria.

Mi attraversano  la mente le parole spese per raccontare “l’arte” di Pellerin:

Pellerin leggeva tutti i libri di estetica per scoprire la vera teoria del Bello, convinto che, dopo che l’avesse trovata , avrebbe fatto dei capolavori.

Flaubert sarebbe stato, plausibilmente, d’accordo con la chimica dello Xanax, ma chi non lo sarebbe?

E noi, ancora aspettiamo un capolavoro.

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Vi saluto, e mi scuso per la latitanza (ah! Life!)  consigliandovi i tre libri dell’anno secondo Forbes. No, bugia, secondo me.

1) Massimiliano Parente – L’inumano

In giro si legge troppe volte “dio” nei romanzi affinché parlino della realtà fisica. Parente zittisce più o meno tutti ponendo nuovi interrogativi sul ruolo della letteratura.

2) Stoner – J. Williams

Perché per uno scrittore, l’unica vita possibile, è quella che sta scrivendo

3) Pazzi scatenati – Federico Di Vita

Perché  se pensate di impiegare il 2013 cercando di entrare nell’editoria, lui vi risparmierà tempo e denaro. Comprate il libro e ringraziatelo.

Il paradiso perduto della ciclosporina

Iniziamo con il dire che questo non è un normale bugiardino, parliamo del Sandimmun Neoral, conosciuto ai più come ciclosporina. La consistenza non mente – vedere la clip per credere. Si tratta di un prodotto editoriale di altissimo livello.
C’è da chiedersi se in merito alla letteratura si possa parlare effettivamente di “prodotto”, termine che rimanda a un modo tutto commerciale di percepire il lavoro finito, oppure se si debba utilizzare una terminologia tutta nuova per identificare il lavoro culturale che si manifesta nell’oggetto libro, in questo caso nella ciclosporina. È mio parere che la scrittura debba essere intesa al pari di qualsiasi mestiere, un artigianato che ben si accosta alla terminologia del “mondo pratico” e anzi ne abbraccia le dinamiche oggi come un tempo. La vendibilità, la fattibilità, sono requisiti che oggi caratterizzano alla stessa maniera detersivi e opere d’arte.
E la ciclosporina con i suoi manierismi non è da meno: basta guardare l’appendice: una graphic novel che va a rintracciare un segmento di mercato in forte crescita. Ma nonostante ciò, non è un testo prét à porter come altri, anzi richiede assoluta dedizione.

Leggiamo infatti a p. 22:

 Pertanto l’uso concomitante di tali farmaci [aminoglicosidi, amfotericina B, ciprofloxacina, melfalan, colchicina e trimetoprimcon Sandimmun n.d.r.] deve essere attentamente considerato. È noto che vari farmaci sono in grado sia di aumentare sia di diminuire le concentrazioni ematiche o plasmatiche di ciclosporina, agendo per inibizione competitiva o induzione degli enzimi epatici coinvolti nel metabolismo e nell’escrezione di Sandimmun, in particolare il citocromo P450.

Ad approfondire il vero significato del termine inibizione si arriva, con un salto a piè pari nei secoli, al 1667, anno della pubblicazione dell’opera in versi sciolti “Paradiso Perduto” (Milton). Nel nono libro si narra la quotidianità di Adamo ed Eva, fatta di dubbi, istigazioni e lusinghe da parte di Satana. La libertà di scelta dell’uomo ne inibisce la stessa. È così, infatti, che Dio aveva previsto la caduta degli uomini, ma condanna Satana, la cui arroganza alberga nell’aver tentato la creatura perfetta, che cade per amore:

– È questo dunque l’amor tuo? ripiglia 
Irato allor la prima volta Adamo;
 E di mia tenerezza il premio è questo? 
Eri tu già perduta, ed io per anco 
Viver potea, potea goder eterno, 1460
Felice stato; eppur con teco, ingrata!
 Perdermi scelsi! e rinfacciarmi or sento
 La cagion del tuo fallo? Assai severo
 Non ti sembrai nel mio divieto! E ch’altro 
Far io potea? Del tuo periglio accorta 1465
Non ti fec’io? non tel predissi? Forse
 Non ripetei che insidïosi lacci
 Un fier nemico ci tendea?

L’amore dunque di Adamo per Eva, è il vero innesco di ciò che portò entrambi a essere cacciati dal paradiso. Non lo dimentica la ciclosporina, che regna all’inferno dei bugiardini, ma non mente:

 Precauzioni addizionali per indicazioni diverse dal trapianto

La ciclosporina non deve essere somministrata a pazienti con funzionalità renale compromessa (ad eccezione dei pazienti affetti da sindrome nefrosica con un grado di insufficienza renale non grave, definita da un valore di clearance della creatinina > 40 ml/min), ipertensione non controllata, infezioni non trattate o qualsiasi tipo di neoplasia maligna.

La neoplasia maligna, la fascinazione per la bellezza da parte di Satana, torna qui prepotente. Satana, come la ciclosporina, vuole agire individualmente. Non vuole sottostare alle leggi di Dio e usa l’amore di Adamo per Eva (vedi le indicazioni sul trapianto d’organi) contro il loro padre. I due protagonisti dunque, al pari delle difese immunitarie, sono vittime calcolate.
L’editore di questo testo lo abbiamo già incontrato, Novartis (famoso per aver abbracciato in pieno la poetica di Gadda), che con coraggio lancia uno scritto prepotente, che non lascia spazio ad approssimazioni. Trascurando per un attimo l’accostamento ai versi di Milton, osserviamo ora l’andamento frammentato che propone. Ricorda un autore caro alla tradizione italiana: Pirandello, Uno, nessuno e centomila, ma a differenza di questo, in cui le nevrosi erano poste sotto il punto di vista psicologico, la dialettica qui si sposta sul piano fisico. A più di un secolo dalle teorie psicoanalitiche di Freud, e a quasi sessant’anni dalla scoperta del DNA, la letteratura ha ignorato il vero corpus di cui si nutre, quello umano. Aspetto del quale si sta occupando la più recente narrativa, basti vedere Storia di un corpo, Daniel Pennac – Feltrinelli 2012.
È il corpo umano ciò su cui la ciclosporina disegna il suo progetto. Non ne fa un tempio, come avrebbero fatto i simbolisti, ma una tela in cui deflagrare il senso del giusto e del sbagliato, sanità e malattia.
La ciclosporina cura, la ciclosporina causa tumori. Quei tumori che nella letteratura aprono “una crepa da dove entra la luce”.

Questo è un testo sull’amore, straziante e dolorosissimo amore. Per affrontarlo dobbiamo fare i conti con le nostre paure più recondite, con la nostra paura più grande. Motore di ogni scelta sconsiderata, la morte qui si affaccia e ci mostra una bellezza decadente di cui però ci fa ammonimento  Sandimmun Neoral:

 La frequenza di tumori, aumenta con l’intensità e la durata della terapia. Alcuni tumori possono avere un esito fatale.

La bellezza del corpo eterno, vale il gioco di rischiare un attimo in più. Un trapianto d’amore da Adamo a Eva.  Un gioco perverso di Satana, senza precauzioni d’uso. E se Forest ci ricordava come sua figlia, senza corpo ormai, fosse un essere di carta, è nelle parole di Anne Rice che consiglio questo testo dall’enorme fascino contraddittorio:

 Che quadro faceva di lei, la morte bambina, la chiamava; sorella morte e dolce morte; e per me, per canzonarmi, aveva coniato un’espressione che accompagnava con un largo inchino, morte misericordiosa! E lo pronunciava come una donna che batte le mani e strilla a un eccitante pettegolezzo: “Oh, cielo misericordioso!” tanto che volevo strangolarlo.

PILLOLE DI SCRIBA: FOIS E LA SERIETA’ LETTERARIA DEI BUGIARDINI

Un off topic che mi lusinga un ca-si-no :-)

ScribaFestival

“Colleghi scrittori, vi consiglio di prendere molto sul serio questi linguaggi apparentemente dissonati e disarticolati”. Marcello Fois parla dei linguaggi specialistici e dei bugiardini. Se volete saperne di più vi aspettiamo venerdì 16 novembre a Scriba,  il primo  festival dedicato alle scritture di mestiere che si terrà a Bologna. Appuntamento alle 18.30 alla Libreria.coop Zanichelli di Piazza Galvani 1/H con Martina Montague

Guarda il programma del festival

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Il Canto del Viagra

Non so perché prima di oggi non avessi mai letto la bibbia della farmacologia letteraria: il bugiardino del Viagra (50mg). Ma presumo che certe letture, come la Recherce, si facciano quando c’è l’urgenza di farle.
Tornando a noi, mi sono persa tra le righe edificate su morti improvvise e strani effetti collaterali, quali il dolore oculare (riscontrato anche in altre letture meno stigmatizzate, vedi Fabio Volo).
Poi però d’improvviso ho capito.
Per scrivere un testo del genere, l’autore non ha minimamente pensato al trend erotico delle sfumature di grigio come qualcuno aveva lasciato intendere, ma bensì si è rifatto a una tradizione letteraria che usa la sessualità come detonatore dei significati.
Se Debenedetti, padre non figlio, fosse vivo mi darebbe persino ragione: l’autore di riferimento del Viagra è Antonio Moresco. L’unico vero genio italiano.

 Leggiamo nel bugiardino:

È stato segnalato che molti eventi si sono verificati durante o subito dopo il rapporto sessuale e alcuni subito dopo l’assunzione di VIAGRA in assenza di attività sessuale. Non è possibile determinare se questi eventi siano direttamente correlati a questi o ad altri fattori.

La rottura della temporalità è un cardine di questo testo. Ci sono sì un prima e un dopo,  ma deflagrano al servizio di una struttura narrativa maniacale: un gesto per cancellare il gesto, direbbe Moresco.
Chi legge questa letteratura lo fa per interiorizzarla non per sfoggio, non con dichiarazioni di status conclamate. L’ipersensibilità che si potrebbe sviluppare è addirittura auspicata dai lettori, sebbene l’autore ci metta in guardia e ci inviti alla cautela.

Qualcuno poi ha mosso accuse puntando il dito sul presunto sessismo dell’opera. In particolare, oggetto di discussione è stato il ribadire un’espressione che trovo innocua:

Non è indicato l’uso di VIAGRA nelle donne.

Per spiegare come tali obiezioni siano infondate, mi servirò delle parole di Erica Jong  su un romanzo un po’ dimenticato, ma che per carica eversiva ha pochi rivali: Tropico del Cancro (Henry Miller):

Miller sembra offensivo a molte femministe poiché le sue percezioni sono situate all’interno della testa d’un uomo, ma queste stesse percezioni del sesso riempiono la letteratura femminista: il sesso senza amore è guerra, è brutale e sanguinario. Miller aveva lo stesso bisogno di distruggere le illusioni romantiche e scorgere la violenza insita “nell’amore” eterosessuale.

 Ripartendo un po’ da dove sono partita, in altre parole l’analogia con Moresco, vorrei invitare a riflettere su quanto Viagra chieda al lettore e quanto dia in cambio. Se è vero, come credo che sia, che ogni romanzo è la storia di una scopata, allora questo testo risponde alla chiamata delle Muse:

Ti aprirò il mio cuore, ti svelerò i miei segreti, cose che non ho più svelato a nessuno da molto tempo, da troppo tempo, ti insegnerò a respirare molti respiri come se fossero un solo respiro, ti darò sapienza e coraggio, ti insegnerò a sostenere le emozioni più lunghe, e a continuare quando gli altri sarebbero già scoppiati da un pezzo. (Canti del caos)

Si può certo dire che la lettura di Viagra non si concluda mai veramente, è circolare, spirale, lineare e senza tempo. È tutto e niente, e sebbene colga la sfida di questo secolo, non possiamo non guardare ai tropi surrealisti per comprenderne a pieno la valenza espressiva e la carica erotica.

Può disturbare, alterare la percezione, portare alla morte (già qualcuno si era fatto scudo della presunta pericolosità della letteratura con Il giovane Holden) e dividere, ma i grandi romanzi non mettono d’accordo, generano anzi il seme del dubbio, un assoluto godimento.

La sfida al divenire di Gentalyn Beta

Daniel Pennac scriveva in “Signor Malaussène”:

 A nascere son buoni tutti! Persino io sono nato! Ma poi bisogna divenire! divenire! crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare (senza gonfiare), accettare i mutamenti (ma non le mutazioni), maturare (senza avvizzire), evolvere (e valutare), progredire (senza rimbambire), durare (senza vegetare), invecchiare (senza troppo ringiovanire), e morire senza protestare, per finire… un programma enorme, una vigilanza continua… perché a ogni età l’età si ribella contro l’età, sai! E se fosse solo questione di età… ma c’è anche il contesto!

 C’è un testo che ha preso sul serio lo scrittore francese, si tratta di Gentalyn Beta. Questo ci fa notare – senza però calcare la mano, come la sua ultima revisione risalga all’Ottobre del 2011. Quello che vuole dimostrare questa letteratura, andandosi a collocare dietro le spalle di Arbasino e delle sue versioni di Fratelli d’Italia, è che probabilmente il testo compiuto non esiste. La letteratura è figlia del suo tempo dunque, ed  escludendo la banalità di una certa critica sociologica dei romanzi “di periferia”, Gentalyn fa uno sforzo in più. Non solo chiede al lettore di fare il suo dovere, caricando di potenza immaginifica la realtà, ma si ricontestualizza, si riattualizza per far fronte anche alla complessità di simboli che rintraccia. Certo non è l’unica che si muove in tale direzione, ma è l’unica che consapevole della sua pericolosità, la comunica invitando alla cautela ma non alla paura:

Sono stati descritti i seguenti effetti indesiderati, correlati all’uso di corticosteroidi topici, soprattutto in seguito all’uso di medicazione occlusiva: bruciori, prurito, irritazione, secchezza cutanea, follicolite, ipertricosi, eruzioni acneiformi, ipopigmentazione, dermatite periorale, dermatite da contatto allergica, macerazione cutanea, infezione secondaria, atrofia cutanea, strie e miliaria.

 Ci sta dicendo semplicemente una cosa: l’applicazione della conoscenza in maniera continuata può avere degli effetti collaterali, un isolamento dal resto degli esseri umani, un prurito che da movente diventa effetto. Questo rigetto per le pratiche di socializzazione quotidiane si manifesta dunque lì, dove la sensibilità fisica dell’uomo passa maggiormente: il tatto. Nei casi più gravi si nota l’insorgenza della Sindrome di Cushing che, basti sapere, causa astenia, depressione, osteoporosi, obesità centripeta. A leggere il testo tutto d’un fiato viene in mente Leopardi, ma è un’associazione azzardata che butto en passant e prendendomi poco sul serio.
È da notare però come l’influenza più forte che abbia avuto Essex, l’autore, provenga da un certo filone della letteratura americana, di stampo moralista e geniale, quella di John Fante. Si può notare in entrambi i testi (il primo tratto da Gentalyn Beta, il secondo da Full of Life) come la considerazione della donna sia latente, coinvolta nel gioco più come astante che come attrice:

 La sicurezza dei corticosteroidi topici non è stata stabilita in donne in gestazione; pertanto, in corso di gravidanza l’uso dei farmaci appartenenti a questa classe deve essere limitato ai casi in cui il beneficio atteso giustifichi il rischio potenziale per il feto. Nelle pazienti in gravidanza tali farmaci non vanno impiegati in modo intensivo, a dosi elevate o per lunghi periodi di tempo.

Era una casa grande perché eravamo gente con progetti grandiosi. Il primo era già lì, una sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa dai movimenti sinuosi, striscianti e contorti come un groviglio di serpi. […] Ma non discuteva la mia Joyce. Quella cosa era dentro di lei, e lei era remota, sdegnosa e beata.
Eppure, a me non importava ancora nulla di quella sporgenza.

Gentalyn usa il termine “pazienti”, Fante parla di quella “cosa”. Un odio et amo, un’indifferenza e un coinvolgimento che non può non farci pensare a questo testo come a una grande scoperta umana, storica.

La sua doppia natura, antibiotica e cortisonica, è quel munus cui la letteratura oggi dovrebbe andare ad attingere. Un’evoluzione costante della storia della vita sulla terra, veniamo dai batteri, uccidiamo i batteri, diveniamo batteri. Un modo nuovo per riscrivere il grande cammino del pensiero umano, e che ci invita a pensare noi stessi, il nostro patrimonio culturale, come non qualcosa di statico, ma un’evoluzione i cui confini sono ancora da scoprire.

Il tempo è un bastardo o semplicemente di qualità scadente?

Si è parlato molto del romanzo di Jennifer Egan “Il tempo è un bastardo” edito in Italia da Minimun Fax. Se non lo avete letto, vi basti sapere che il libro si snocciola su una serie di racconti in cui la linea temporale è totalmente stravolta. La scrittrice, vincitrice del Pulitzer (che poi è il romanzo a vincere un premio o il suo autore?) ha dichiarato in più di un’intervista che l’ispirazione per scrivere questo fortunato romanzo, viene (pensate un po’) dalla lettura integrale della Recherce di Marcel Proust, che si sa, sul tempo perduto ne ha scritte di pagine.

Approfondendo il discorso pare però evidente come il testo di riferimento sia un altro. Un altro tempo, un’altra consistenza: i fazzoletti tempo.

Forse per pudore accademico la Egan non menziona questo scritto nel suo canone personale ma a ben leggere gli spunti di riflessione sono diversi.

Innanzi tutto dovendo parlare della copertina, c’è un chiaro richiamo alla dimensione sentimentale portata avanti nel periodo Blu di Picasso. Poi il titolo, una folgore bianca, che spalanca gli abissi dell’oceano. Ci risucchia in un vortice dove il Tempo appunto è puro gioco di sensazioni, emozioni prèt à porter. Una tasca piena di fogli bianchi, è quella che Tempo ci suggerisce, ma ci dice anche di riempirla di vissuto, un andirivieni nella memoria scandita da lacrime, sperma, batteri. Tra le pagine incredibili di questo testo, ritroviamo la narrazione non lineare della Egan, ma ne scopriamo una dimensione nuova che va a indagare l’origine du monde, la sacralità delle ere geologiche, il loro divenire microscopico.

Sul sito dell’editore si legge:

Affidabile anche nell’uso più “impegnativo”, è indispensabile in tutte le occasioni e per ogni necessità. In Italia è un “classico” da oltre 50 anni e ha segnato il passaggio dal fazzoletto di stoffa a quello in carta.

 Dunque Tempo non si sottrae alla sfida che la letteratura propone, anzi, si mette in diretto confronto con coloro che da 50 anni, appunto, dettano le regole del dibattito culturale in Italia. Ci si riferisce naturalmente a Moravia e compagnia bella. Il riferimento a Dostoevskij è banalissimo, la differenza però rimane la stessa. Se in questo, le contraddizioni evidenti sono tra i personaggi, per Tempo, allacciandosi al “metodo proustiano” (passatemi l’espressione) sono in divenire, diacroniche.

Dove allora questo testo perde di consistenza? Proprio lì  dove Marcel Proust era riuscito a farci stare: dalla parte di Swann, la stessa parte che la Egan ci suggerisce di prendere, quella di Lincoln Blake.

Il mondo tra realtà e interpretazione: da Huxley al Codice Captcha

Qualche mese fa, Einaudi ha dato alle stampe un singolare atlante, La letteratura americana dal 900 a oggi, che si prefigge di catalogare il patrimonio letterario più incisivo del nuovo continente. Manca però di una voce in particolare, assolutamente non trascurabile. Si tratta del più volte bistrattato e demonizzato Codice Captcha. Un testo che io stessa, ahimè, ho scoperto in tarda età. Mentre trascorrevo l’adolescenza a immaginarmi bukowskianamente ubriaca sul ciglio di una strada, c’era qualcuno che nel silenzio faceva la storia della letteratura. Il testo è balzato più volte agli onori della cronaca, senza però sviluppare dibattito alcuno, per incomprensione temo. Andrei Broter, a cui per convenzione si attribuisce la paternità del codice, credo che non intuisse la vera portata di questa creazione; possiamo scomodare un autore molto più vecchio, molto più morto, per decifrare il cambiamento in atto. Parlo naturalmente dello scrittore britannico Aldous Huxley che con il suo romanzo più famoso, Il mondo nuovo, si può tranquillamente indicare come precursore della letteratura cui il codice fa riferimento. Se vi manca un’interpretazione sul futuro anteriore realizzato dal romanzo, ecco che Houellebecq corre in aiuto, e lo fa attraverso uno dei protagonisti delle Particelle Elementari, Bruno:

l’universo di Huxley viene descritto come una specie di incubo totalitario, e che si tenta di far passare il mondo nuovo per una violenta presa di posizione contro questo genere di regimi; ma è ipocrisia bella e buona.  […] per noi il mondo nuovo è un paradiso, è esattamente il mondo che ci sforziamo, sin qui invano di raggiungere. […] E, primo tra tutti gli scrittori, ivi compresi quelli di fantascienza, capì che dopo la fisica sarebbe stata la biologia a fare da principio motore.

Il CAPTCHA corregge però il tiro, vediamo come. L’acronimo innanzi tutto deriva dall’inglese:

Completely automated public Turing test to tell computers and humans apart

Test di Turing pubblico e completamente automatico per distinguere computer e umani

La prima implicazione che si percepisce è che la biologia, motore immaginato del mondo, è sostituita da un’intelligenza artificiale. L’uomo passa totalmente in secondo piano.  L’automatismo cui fa riferimento, ci pone poi una serie di domande, prima tra tutte è quanto di cosciente ci sia nel test che rifiuta l’accesso umano. Il codice che vive una vita propria attraverso un semplice algoritmo di randomizzazione, è capace di inchiodarci davanti al monitor come pochi altri testi scopriamo possano fare. È interessante poi, l’idea già ampliamente esplorata dai critici strutturalisti che al fine della comprensione del testo, sebbene questo sia indipendente e completamente sganciato dall’umanesimo letterario per come lo conosciamo oggi, è necessario lo sguardo umano: molle, fluido, lisergico (in questo ritroviamo non solo Huxley, ma molta della letteratura Beat).

Il controllo necessita di individui controllati, ovviamente. Il potere che si dà all’uomo nero è semplicemente proporzionale alla paura che proviamo. Dunque di questa contraddizione si nutre il Captcha, la necessità e inutilità al contempo del sistema di percezione umano. Problematica affrontata più volte dalla fantascienza e alla quale oggi, forse si dovrebbe rispondere come avrebbe fatto Theodore Sturgeon in Nascita del Superuomo:

Vide se stesso come un atomo e il suo gestalt come una molecola. Vide queste altre come una cellula tra cellule e vide, con gioia, l’intero disegno di cosa l’umanità sarebbe diventata.[1]

 Il futuro che ci attende manca di visioni onniscienti, ma la letteratura in tal senso rimane un codice che necessita solo di essere decifrato e, come riporta in calce lo stesso testo, può aiutarci a comprendere meglio quello che è il passato.


[1] Per la scoperta ringrazio Luca Colafrancesco

 

Torecan (tietilperazina maleato): un Ulisse post-moderno nella vertigine delle parole

 In questo mare di controindicazioni capiamo subito che la Tietilprazina risponde a una precisa estetica, che è sia idea che guida alla buona pratica della lettura. Si fa sostanza e forma nel suo manifesto sentimentale tutto fuorché omeopatico, per certi versi ricorda la polemica dell’antispasmina colica, ma raccoglie la sfida da un altro punto di vista: quello formale. Il testo ci pone sin da subito davanti a un’avvertenza, non sarà una passeggiata di salute, non sarà facile, il lettore dovrà confrontarsi con i suoi demoni:

Stati comatosi e gravi stati di depressione, turbe della emopoiesi, affezioni epatiche.

Ma cosa ci sta dicendo l’autore veramente? Marcel Proust lo avrebbe interpretato come una lotta all’ultimo sangue con la memoria, un resistere alla vertigine del tempo passato, una negazione dell’abisso temporale in cui la nostra stessa mente annega. Winfried Sebald, autore meno noto di Vertigini (Adelphi) come una fuga a vuoto, un fraseggio dell’incompiuto che si traduce in spaesamento, confusione. Infatti leggiamo ancora:

Torpore, stati confusionali seguiti da casi più gravi da coma e perdita di riflessi.

La questione che ci pone l’autore Novartis è semplice, se pure complicata appare una risoluzione e segue le fil rouge della polemica europea sulla sperimentazione. La letteratura, distesa liquida, dove il lettore non è più l’Ulisse di Omero, forte e tenace, ma soffre il mal di mare, la vertigine dei simboli a cui è sottoposto.Lo scrittore è qui guida e astante, indica il cammino ma lo percorre per la prima volta con il lettore e sceglie la strada meno battuta, quella anale della supposta, con lo stesso spirito dei celebri versi di Robert Frost:

Divergevano due strade in un bosco

Ingiallito, e spiacente di non poterle fare

Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai

Una di esse finchè potevo scrutando

Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Il rosso è poesia. Tra avanguardie e surrealismo un nuovo mecenatismo italiano.

La selezione proposta dai Conti Zecca si porta dietro un po’ di quel mecenatismo che fece dell’Italia spezzettata un paese di poeti, pittori e artisti di qualsiasi tipo.

Viene da chiedersi come parole quali GLOCAL,  abominio del parlare moderno si collochino nel panorama letterario italiano e più in generale europeo. Di certo se c’è una provincia di cui narrare Donna Marzia lo fa tutto a suo modo, indicandonde en passant la provenienza geografica e non facendone manifesto generazionale. Si tratta di un’opera collettiva, con nessun riferimento alla corrente strutturalista ma anzi, che cerca una verità universale nei colori primari delle parole. L’elementarità e il surrealismo manifesto ricordano da vicino un poeta a me caro, Tristan Tzara, che in morte di Apollinaire descrive in questa maniera gli alberi:

And the trees hung there in a wreath

Sì si tratta di una corona ma non di vite, ciò nonostante il Negramaro recupera questa tradizione e la reinventa usando tropi metafisici:

Rosso rubino intenso con gradevoli riflessi di granata.

Ed è proprio una deflagrazione quella che avviene nel testo, le parole si inseguono in un continuo rimando a loro stesse, la completa autoreferenzialità del testo non deve però ingannare. È  ben chiaro il lavoro sotteso dell’autore (degli autori per meglio dire), che all’interno dell’imbuto antigravitazionale della poesia d’avanguardia, chiamano in causa il sommo poeta Baudelaire e ne continuano la tradizione a dispetto delle logiche contemporanee di mercato:

È morta la mia donna: sono libero!
Posso bere, sicchè, quanto mi pare.
Se rincasavo privo di danaro
gli urli suoi mi squassavano le fibre.

Mi sento come un re, sono beato.
L’aria è purissima, il cielo una festa.
Era proprio un’estate come questa
quando di lei mi sono innamorato.

Da Les fleurs du mal – Charles Baudelaire

Se il progetto raccoglierà consensi è presto dirlo, di certo è una corrente da non sottovalutare, una brezza fresca nella poesia italiana che, ad oggi, sembra fermarsi a Milo de Angelis. Starà a loro mostrarci la via, e a noi la sensibilità di coglierla, di berla.

 

La polemica non polemica dell’antispasmina colica

Antispasmina colica – forte (Recordati, 2007) Immagine

Viaggiavo da Tiflis con i postali. Tutto il mio bagaglio si componeva di una piccola valigia che per metà era riempita dai miei appunti di viaggio sulla Georgia. La maggior parte di questi, per vostra fortuna, è andata perduta,  ma la mia valigia e le restanti cose,  per mia fortuna, si sono salvate.

 

Inizia così un famoso libro di Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”, e ci si chiede (io mi chiedo) se quello che abbia perso assieme ai suoi appunti di viaggio fosse l’antispasmina colica. Sì perché, attraverso le storie di coloro che lo ricordano, assistiamo Pečorin – il protagonista – trasformarsi da uomo di buoni sentimenti a cinico vendicatore. 
L’antispasmina colica si colloca proprio qui. Sebbene sia stata scoperta solo più tardi, ha l’abilità (grazie alla presenza della belladonna) di insinuarsi dove la diacronicità del canone fallisce. 
Sfogliando quello che ci resta tramandato dalle nonne, nei cassetti dei medicinali, riscopriamo una panacea per ogni disturbo intestinale e perché no, una nuova dimensione letteraria, distesa, lontana da quelle che sono le diatribe intellettuali nostrane. Non stupisce che Gilda Policastro nel suo saggio edito da Carocci “Polemiche letterarie. Dai <<Novissimi>> ai Lit-Blog”, la escluda da un certo contezioso tutto novecentista. 
L’antispasmina ci dice di non usare precauzioni. Un lancio libero insomma, un Infinte jest metabolico, che ci riporta a un quando la mediazione tra scrittore e pubblico era di un altro livello.

Nel dibattito culturale nostrano, è stato più volte insinuato che l’avviso riportato sulla bandella voglia proprio scavalcare le logiche editoriali a favore, apparentemente, del beneficiario ultimo: il lettore.

Questo è un medicinale di AUTOMEDICAZIONE che potete usare per curare disturbi lievi e transitori facilmente riconoscibili e risolvibili senza l’aiuto del medico

 Viene il dubbio che il tipo di polemica introdotta dal testo sia di tipo passivo aggressivo, ma mette sicuramente al centro del discorso l’annosa questione dell’editing. L’antispasmina, è da notare, non si sottrae al meccanismo ma ne mette in risalto i pericoli, di contro farne a meno come ha mostrato nel suo fallimento totale Alessandro Baricco, con la collana da lui curata <<i quindici>>, è altrettanto pericoloso. L’accento sulla questione è posto esplicitamente, credo su suggerimento dell’editore Recordati, in calce:

Come tutti i medicinali, anche questo può causare effetti indesiderati sebbene non tutte le persone li manifestino.

 La nota è un colpo di fioretto al petto del lettore, e sembra volerci suggerire che a guardar bene potremmo stare tutti male, e che la commozione è un gesto veloce della mente, quasi quanto prendere una pillola.